Fiadoni abruzzesi ‘andata e ritorno’

Fiadoni abruzzesi

C’era un gradino a Casoli, proprio al centro del Corso principale.

A sinistra, la Chiesa di Santa Reparata e a destra, il bar di Peppe Ciccione.

Il ‘sacro’ da una parte, il ‘profano’ dall’altra e io avrei potuto scegliere da che parte andare, se non fosse che nel bel mezzo, proprio al centro del corso principale, c’era un gradino su cui sedersi. E lì sono rimasta tutta l’adolescenza.

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Una collana di peperoni secchi

Una collana di peperoni secchi

“Bella la tua collana!” mi ha detto mio marito, quando non era ancora mio marito.

Mi apriva la porta di casa per la prima volta e mi accoglieva nella sua vita per sempre, ma certo che ritrovarmi con i peperoni appesi al collo, forse non se lo aspettava.

E che nella valigia pesante con cui traslocavo tutta me stessa nella nostra futura casa, non c’era posto anche per i peperoni secchi e allora nell’emergenza della situazione ho pensato bene di indossarli a mo’ di collana per un effetto che è risultato “molto esotico”.

“Dovrai abituarti… se vuoi sposarmi” – ho risposto. E lui ha sposato me e i peperoni in un ‘medesmo tratto’.

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L’orto del fine settimana

L'orto del fine settimana

Adoro ascoltare quel cd in cui Ella Fitzgerald e Louis Armstrong cantano insieme: loro cantano e io, se non ricordo cose vecchie, immagino cose nuove.

Così appunto una cosa nuova di zecca che ho immaginato una sera di giugno, mentre il mio duetto preferito infastidiva la pace interiore dello sceriffo, lusingando al contempo la mia, è stata questa: “Inventiamoci qualcosa di nuovo… tipo un orto”.

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Beata ignoranza…

Beata ignoranza...

Mia nonna Ida, quando mi vedeva con un libro in mano, mi chiamava “ignorante” scandendo per bene ogni sillaba:

“I-GNO-RAN-TE!”.  Poi scoppiava a ridere e invitava me e il mio libro a fare una pausa, magari in cucina, e a sederci nell’angoletto da cui seguire i suoi movimenti.

E i suoi movimenti stessi erano le sue ricette, che esigevano sempre la stessa gestualità collaudata, quasi un rito scaramantico per la riuscita di un piatto che doveva essere una certezza, come tradizione vuole: “Dovesse cascare il mondo!”.

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‘Pallotte cacio e ovo’ coi baffi… di Filippo

'Pallotte cacio e ovo' coi baffi... di Filippo

Una piazza per me è una bella piazza se oltre al passaggio offre una sosta. E se oltre alla sosta offre una seduta.

Se poi la seduta non è un muretto né lo scalino di un portone d’ingresso e neanche il bordo di una fontana, allora potrebbe trattarsi di una sedia comoda, dietro un piccolo tavolo sotto un tralcio di vite. Questa ad esempio è una piazza che esiste nel mio Abruzzo fantastico ed è quella in cui io, quando sosto, sicuramente mangio.

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Granita alla Ratafià per Taste Abruzzo

Granita alla Ratafià per Taste Abruzzo

Ho scoperto tardi che il mare in Abruzzo ‘non è lontano’.

Mio padre per una sua singolare tendenza a motivare i suoi ‘no’ con spiegazioni improbabili, mi ha più volte ripetuto nell’estate del ‘87 che il mare ‘era troppo lontano’ da raggiungere e che tanto valeva, invece riuscire a godersi la campagna, fuori dal paese e fuori mano almeno per i miei dodici anni di età.

Meno male c’era il ‘mare di Pescara’, che non è solo la città dei miei natali ma anche del mio più appassionato sentimento, dove nonni e zii erano un balsamo terapeutico per la mia astinenza da mare. Perché a me il mare mancava un sacco, anche d’inverno e mi mancavano i paesaggi da riviera e le ‘persone di mare’ che sanno di salsedine anche a novembre. E poi c’è da dire che a dispetto delle apparenze di bambina rustica ‘di paese’ e ‘di campagna’, io mi sono sempre sentita un personaggio ‘di mare’ e ‘da mare’. E al diavolo che non sapessi ancora nuotare, come tutti i bambini cresciuti al mare da maggio a settembre.

E anzi che quando ho deciso di imparare a farlo è stato per il piacere di abbracciarlo il mio mare, per restare amorevolmente in sospensione io e lui semplicemente galleggiando.

Insomma, questo mare non era poi così lontano e soprattutto non si trovava solo a Pescara.

Oggi lo racconto ai romani, com’è il mare in Abruzzo, quando capisco che per loro la mia terra è fatta solo di montagne e passeggiate nei boschi. E se un po’ troppo di parte, quando lo descrivo, lo dico sempre che il mare c’è ed è bellissimo, basta solo capire come fare a trovarlo.

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Taralli all’anice di San Biagio per Taste Abruzzo

Taralli all'anice di San Biagio per Taste Abruzzo

Mia madre è una donna dalla ‘simpatia singolare’: divertente senza sospetto alcuno di esserlo, è capace di ridere alle sue battute senza ritegno, solo dopo averne colto il senso e sempre con un certo ritardo. Così spesso si ritrova a ridere da sola, compiaciuta e sorpresa del suo estro verso la naturale propensione ad una comicità tutta sua.

Allo stesso modo però sa prendersi molto sul serio. Soprattutto, ogni volta che un ‘affare di Chiesa’ la coinvolge direttamente: e allora in questi casi guai a non riconoscerle la serietà dovuta ad una sacerdotessa nel pieno ufficio sacro di una ritualità o di una benedizione.

Io, l’ho sempre trovata adorabile in entrambe le situazioni, ma devo dire che il suo personaggio sa essere godibile soprattutto nella versione più propriamente ‘religiosa’ e soprattutto, nel particolare rapporto che intreccia con i Santi.

Ho sempre sopettato che li amasse tutti, indistintamente, ma certo per S. Biagio ha sempre avuto un occhio di riguardo. D’altronde anch’io il 3 febbraio mi accorgevo della ricorrenza del Santo, perché tornata a casa mia madre sospendeva l’attività dietro i fornelli e, rivestita di tutta l’ufficialità del caso, mi ungeva la gola con un segno della croce e suggellava il tutto, offrendomi un pane benedetto a forma di anello.

‘Buono’ S. Biagio!Piaceva anche a me il Santo che sapeva di poco sale e tanto anice fresco sotto i denti. Io mangiavo il pane e in cambio il Santo proteggeva la mia gola dai malanni del freddo più rigido: un ‘concetto appetibile’ per lo spirito ma certo anche per il corpo, anzi per la ‘gola’.

Si capisce bene allora perché in occasione della ricorrenza del Santo, per Taste Abruzzo di questo mese, io abbia voluto fortemente sperimentare la ricetta tradizionale abruzzese dei taralli nella versione salata: per devozione alle ‘cure’ del Santo insieme a quelle, inesauribili, di mia madre per me. Per la storia e la ricetta seguitemi.

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“Viaggio sentimentale intorno alla mia cucina”

Sfogliatelle abruzzesi

Tante sono le persone con cui ho chiacchierato un tempo interminabile sotto il mio albero di Natale: ne sono venute fuori storie e ‘punti di vista’ inesplorati da cui rivedere anche questioni che sembravano assodate.

Ecco, ad esempio riflettere con mia nonna sul ‘bello degli uomini con i baffi’ dall’angolazione dei suoi cento anni di età, è stato sicuramente appassionante, oltre che del tutto inaspettato!E poi ci sono stati i singhiozzi di Marta che dal suo primo anno scarso di età già s’inerpica in monosillabi polisemantici per comunicare chissà quali stati d’animo che io, ‘zia’ poco presente nella sua vita, fatico a interpretare.

Ma in effetti tra tante cose e persone di cui ho sentito parlare, se dovessi dare voce a qualcuno so già come finirebbe: in tutta sincerità, con un atto di prepotenza, negherei la parola a tutti e parlerei io, come sempre. E parlerei di quelle cose futili che piacciono tanto a me: così banali da meritare un titolo, magari altisonante o semplicemente stravagante per farne memoria e recupero tutte le volte che desidero tornare indietro ai miei momenti importanti.

E allora pensavo che le mie vacanze inaspettatamente domestiche, come mi auguravo di trascorrerle e che temevo di non poter godere se non in tarda età, sono state così belle da meritare qualche parola scritta e anche un titolo. Un titolo come “Viaggio sentimentale intorno alla mia cucina”, ad esempio.

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Parrozzetti per Taste Abruzzo

Parrozzetti per Taste Abruzzo

A Natale i parrozzetti sono sotto l’albero. Ma è ovvio che si può vivere di questa certezza se l’albero in questione è abruzzese, possibilmente della costa, possibilmente di Pescara. E infatti io li trovavo a Pescara, sotto l’albero del nonno Osvaldo che me ne offriva uno appena arrivavo nella sua casa.

E si che la vita festiva del parrozzetto non era la stessa del parrozzo: la versatilità del parrozzetto infatti è sempre stata nella gradevole versione mignon, più facile da offrire all’ospite imprevisto, più accattivante per la merenda dei più piccoli. E allora io, per questo fine settimana di festa e di Natale alle porte, ho pensato di offrire parrozzetti a tutti quelli che non hanno a portata di mano un ‘albero abruzzese’ sotto cui trovarli.

Lascio perciò la storia e la ricetta, sotto il ricco ‘albero’ di Natale di Taste Abruzzo per chiunque abbia voglia di trovarvi in regalo un parrozzetto da parte mia.

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Impasto olio e vino per Taste Abruzzo

Impasto olio e vino per Taste Abruzzo

Quando il  mio amico Rolando, mi fa dono di quel mazzolino di fiori di zucca che ancora fanno capolino tra le foglie del suo orto, io arrossisco sempre un po’ e un po’ mi ingolosisco al pensiero della ricetta con cui onorare il gradito omaggio. Giorni fa quando il mio caro ‘cavalier-coltivator servente’ ha raccolto per me un intero cestino di fiori zucca, ha pensato bene di suggerirmi l’abbinamento dei suoi fiori profumati con la delicatezza di un primo sale. A me non è restato che prendere posizione sull’impasto con cui sigillare quel prezioso consiglio. E  allora ho fatto ricorso ad una formula più che collaudata in tanta parte del mio Abruzzo ‘fantastico’ e che risiede nel segreto dell’olio e del vino.

Olio extravergine d’oliva per dare elasticità all’impasto, vino bianco da tavola per assicurarsi la giusta friabilità: ecco i primi due segreti svelati. Altro e molto di più è quello che ho raccontato degli impasti base su Taste Abruzzo, dove il sapore incontra la natura.

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“Cellipieni” per Taste Abruzzo

"Cellipieni" per Taste Abruzzo

“Taste Abruzzo”, finalmente anche per me!

Il mio appuntamento è arrivato e si presenta con il proposito di parlare di ‘tanto’ Abruzzo che non è più solo il ‘mio Abruzzo fantastico’ tante volte raccontato e depositato solo nei miei ricordi. Si tratta piuttosto di un Abruzzo ‘molteplice’ e il coro che lo racconta, a partire dal profilo della ‘Bella Addormentata’ fino alle geometrie lineari della costa adriatica, è composto da nove voci: nove blogger, desiderose di raccontare, fotografare e ‘cucinare’ l’Abruzzo per chiunque sia seriamente interessato, ma anche vagamente incuriosito a scoprirlo insieme a noi.

Allora io ho deciso, proprio in questo mio giorno di ‘debutto’, di essere un po’ ruffiana e di assicurarmi una certa attenzione con un argomento ‘dolce’. Qui lascio solo un piccolo ‘assaggio’ della mia avventura, per i miei ospiti abituali e per chi vorrà seguire il filo del mio racconto, scoprirà e assaggerà molto di più venendomi a trovare su Taste Abruzzo, dove il sapore incontra la natura. Io, sarò lì.

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Neole e nebbia nel mio Abruzzo “fantastico”

Neole e 'Nebbia' nel mio Abruzzo fantastico

Mi capita delle volte di mangiare per ricordare: perché ci sono immagini del passato così riposte che solo l’intervento di una sensazione aggiunta, mi aiuta a recuperare ciò che ho perduto chissà dove. Chissà quando? E infatti delle volte mi capita di chiedermi quand’è che io e il mio Abruzzo fantastico ci siamo separati, perdendoci di vista: quando per scelta ho deciso di ignorarlo o quando inaspettatamente l’ho salutato? Così ho pensato che con una neola croccante sotto i denti qualcosa sarebbe successo, magari un ‘abracadabra’ che mi riaprisse una visuale sulla memoria incanalandosi direttamente dal palato per ricondurmi indietro: nel cuore dei luoghi e dei modi di dire che non suonano mai comuni nella distintiva cadenza delle parole a tratti svogliate, in alcuni casi ‘trascinate’ come sul ritmo di una cantilena. Così mordo una neola e ‘rivedo’ il mio Abruzzo ‘fantastico’ attraverso la nebbia.

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Ferratelle alla fava tonka e more di gelso

La colazione è un rito che purtroppo, da qualche anno a questa parte, non riesco più a concedermi come vorrei. Pur di non saltare il più importante pasto della giornata, in realtà mi ritrovo a salvare la colazione in modo disperato e mortificante: ultimamente lo yogurt lo mangio in macchina tra un semaforo rosso e un altro della Colombo. E anche se ho provato ad anticipare il momento del risveglio, per non fare le cose di corsa, la sveglia suona ‘cattiva’ e io non ce la faccio mai a balzar giù dal letto con un colpo di reni… diciamo più che altro, che non è proprio il mio stile. Destinata a vedere la scena più triste della giornata ripetersi come una maledizione, senza possibilità di soluzione, aspetto pazientemente la colazione della domenica. La colazione della domenica, fa sempre eccezione.

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