Milano “dress code e total black”

SmørrebrødC’è stato un preciso momento nella mia vita in cui stavo addirittura per imparare l’inglese.

Poi è arrivata mia madre con l’idea, già un po’ retrò, che a 11 anni d’età è meglio studiare bene l’italiano: “Che finché si vive in Italia, prima s’impara l’italiano e quando si andrà in Inghilterra magari pure l’inglese”.

Erano gli anni ottanta e io mi ritrovai nell’unica sezione di francese, non per studiare il francese, ma per conoscere bene bene l’italiano. Che l’italiano, pare, lo insegnasse bene solo il benemerito Prof.re Giacinto Fiorentino tenuto alla salvaguardia dell’unica sezione di francese perché non si estinguesse con un calo di iscrizioni.

“Lo teniamo lì perché cattura le iscrizioni nell’unica sezione in cui altrimenti nessuno andrebbe, signora mia…questo inglese ormai va così di moda” disse la preside a mia madre.

Insomma erano gli anni ottanta: tutti già studiavano l’inglese, a parte me che studiavo francese, per imparare meglio più di chiunque altro, italiano di nascita, l’italiano italiano.

E’ andata così, che se non ci fosse stato quel preciso momento in cui stavo per imparare l’inglese e poi non lo imparai più, forse forse sarei andata a Milano più preparata di come ci sono arrivata io.

Ché anche se Milano è ancora in Italia e non si è spostata oltre la Manica, l’inglese va molto di moda, proprio come diceva la preside a mia madre, e si usa per dire proprio di tutto. Ad esempio, “dress code”.

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Io e Peter Parcker

Pane con Noci e Uva fragola

C’ è stato un tempo, non troppo lontano da oggi, almeno fino ad una settimana fa, in cui ho vissuto in bilico tra il richiamo primordiale del divano di casa, tanto comodo per rintracciare il senso della mia esistenza, e quello di diventare un supereroe con tutti gli attributi e, ovviamente, i super poteri del caso, tutina elasticizzata annessa e possibilmente non troppo attillata per le super peripezie.

Poi qualche giorno fa, che è già una settimana fa, la bella notizia di essermi ritrovata a mia insaputa tra i finalisti del Blog Award indetto da Cucina Corriere del Corriere della Sera ha avuto l’effetto del morso del ragno e mi sono ritrovata col dono di Peter Parker, ad aderire a tanta parte di quella realtà virtuale e vertiginosa in cui finora è sempre stato più facile perdermi che approdare.

Ecco da qualche giorno, che è durato esattamente una settimana, mi ritrovo sospesa con sospensione di giudizio ad approfittare del volo e di altezze che non immaginavo di poter raggiungere e allora mi piacerebbe ringraziare l’ignoto, che è stato un pubblico di lettori che evidentemente c’è e che sinceramente non immaginavo tanto vasto e tanto forte, da spingermi lassù dove le nuvole danno un po’ di capogiro.

Da queste altezze in effetti la storia diventa relativa, quasi quasi non importa conoscerne la fine, perché l’unica cosa distinta e certa che si può riscontrare è la presenza di chi legge mentre scrivo e che scopro interessato anche quando salto di palo in frasca senza essere precisa e ordinata come sono gli inglesi.

“Che per essere ascoltati bisogna essere precisi e ordinati come sono gli inglesi” – diceva mia nonna. E siccome io non sono inglese, non sono neanche tutto il resto.

Piuttosto credo, e ormai lo so, di essere una che, quando temporeggia tra “ricette & vicende” da raccontare, è sempre in buona compagnia.

Chi ha voglia di continuare a starmi accanto passo dopo passo, può seguirmi mentre io stessa procedo a tentoni, per vedere dove si arriva passando da qui.

Cucina Blog Award

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Un ‘vademecum’ tra me e l’altra me

Una brioche à partager e un vademecum tra me e l'altra me

Stellina in porcellana @giovelab www.giovelab.itshop on line

Ogni anno mi perdo i preparativi e arrivo tardi, ecco perché non incrocio mai Babbo Natale.

Quest’anno però, rispetto a tutti quelli trascorsi e volati via insieme a tutte le renne biscotto che mi sarebbe piaciuto sfornare, mi è venuta un’idea.

Mio marito molto semplicemente ha pensato fosse una lettera a Babbo Natale e invece no.

Si è trattato piuttosto di un ‘vademecum’, elaborato da me medesima per fornire risposte rapide sul da farsi, all’altra me. Argomento: le vacanze di Natale.

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Io lo chiamo “Chapiadi”

Io lo chiamo "Chapiadi"

Se un giorno mi avessero detto che non avrei disdegnato le lusinghe di un ottuagenario pur di carpire il segreto dei suoi pomodori, sarei andata da uno specialista. Sono anni che mia madre me ne consiglia uno ‘bravo nel suo campo’. Avrei fatto sicuramente la sua felicità.

Mi sarei allungata sulla sua chaise longue insieme al mio inconscio e, come una Maja desnuda, ci saremmo messi a nudo anche noi: prima io e poi lui, il mio inconscio, come conviene nella pratica del raccontarsi… appunto.

Ecco e, io allora avrei approfittato dell’occasione dilungandomi sulla natura controversa del pomodoro casalino: arricciato e chiuso in se stesso, inutilmente riservato considerati i suoi toni di rosso e la dolcezza sfacciata.

“Ma che vorrà dire tutto questo?” 

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Buchteln sul comodino… o in giardino

Buchteln sul comodino… o in giardinoUn lievitato dolce o uno salato? mi son detta, l’altra sera col barattolo del lievito in una mano e il coperchio nell’altra. E che oramai, è diventata questa la regola in casa Russo: la sera si rinfresca, il giorno dopo s’impasta e, a seconda dei casi, si apparecchia per una cena o per la colazione.

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“Fiori blu”

"Fiori blu"

Ho cominciato a leggere “Fiori blu” nei primi ‘giorni di vacanza di giugno duemilaetre’ come  dice, a memoria postuma, il tratto sbiadito di una penna usata sulla prima pagina bianca del libro, per sigillare l’inizio di una nuova lettura. In quel tempo i libri avevano da poco cominciato a viaggiare con me, mentre  io viaggiavo con loro già da molto tempo. E così quando salivo su un autobus con cui scavallare l’Appennino io semplicemente leggevo. E poi sgranocchiavo anche qualcosa.

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Fichi “da confine”… pane, amore e fantasia

Fichi "da confine"… pane, amore e fantasia

Mio padre dice che non è bene mangiare i fichi ‘semi esplosi’, ancora attaccati all’albero nell’altra estremità. Dice anche che quel pertugio spampanato per l’eruzione della polpa matura è un ricettacolo di ospiti sgradevoli: mosche, vespe e insettucoli vari golosi quanto il genere umano lo è. E di fichi in particolar modo.

Io dico invece che mi piace mangiare soprattutto i fichi ‘semi esplosi’ ancora attaccati all’albero dall’altra estremità. Dico anzi che è proprio l’eruzione della polpa matura nel punto in cui il fico esplode che mi piace e mi attira come attira le vespe, le mosche e insettucoli vari golosi quanto io lo sono. E di fichi in particolar modo.

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Crackers ‘del meschino’…

Crackers 'del meschino'...

Mi sono accorta che i crackers erano quelli ‘del meschino’ quando ho cominciato a caricare nel mio impasto, farine a occhio, perdendo il controllo sulla ‘consistenza della situazione’. Che se la situazione non ha la consistenza ideale, è difficile immaginarsi a sfornare crackers come pensavo di poter fare io… quasi quasi a occhi chiusi!

E’ pur vero  però, che se la bilancia disattende il bilanciamento atteso, ecco allora che ogni automatismo in cucina, come nella vita, diventa approssimativo e, in una parola, ‘meschino’. Perché meschino è il caso, quando allunga la strada per raggiungere la meta e quando questo succede vuol dire che si è rimasti impigliati nel ‘giro del meschino’.

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Grissini al Tahini con semi di sesamo e nigella

Grissini al Tahini con semi di sesamo e nigella

“La tahini se conserv(e?) dans le frigofere da longe tempe” mi ha assicurato Zachino.

E’ incredibile: questa volta avrei giurato di aver colto una ‘tendenza al francese’ nelle contaminazioni linguistiche del mio fidato venditore di spezie, quando, solo un mese fa, ero sicura di aver sentito un’inflessione decisamente tedesca.

Non posso fare a meno di chiedermi se la questione sia già diventata di competenza dello sceriffo! Ma ad ogni modo io e Zachino ci conosciamo già da un po’: lui è il proprietario del negozietto ebraico, quello che tempo fa mi ha intimato di chiamare il sesamo nero, nigella! Dovesse veramente portare male fare un uso improprio dell’aggettivo ‘nero’: “che non è mai una bella cosa, una cosa nera…” ha ribadito con l’indice alzato e la solennità di un profeta.

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Bretzel con lievito madre

Bretzel con lievito madre

Ho assaggiato il mio primo Bretzel a Praga, il secondo invece nella mia cucina. Io direi che si tratta di una successione doverosa: quando un cibo è lontano dal palato e dall’immaginazione in genere, io preferisco dare la caccia all’originale prima di avventurarmi nella replica approssimativa di sapori e consistenze. Così allora sono andata a Praga e ho mangiato un bretzel; quando sono tornata a casa, semplicemente l’ho replicato.

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Il ‘buon senso’ del Pan Brioche

Il 'buon senso' del Pan Brioche

Ho fatto un pan brioche perché non avevo nulla da fare. Sono momenti rari quelli in cui il mio tempo libero si incrocia con il momento più attivo del lievito rinfrescato, così ho semplicemente capito che quella era l’occasione di sperimentare proprio uno di quei dolci che, per mancanza di ‘fortuite coincidenze’, rimando sempre a data da destinarsi.

Così decisa a cogliere l’attimo, senza minimamente conoscere le dosi indicative per questo tipo di preparazioni, e pioniera come non mai mi è capitato di essere, mi sono affidata all’istinto e al ‘buon senso di un pan brioche’.

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Taralli all’anice di San Biagio per Taste Abruzzo

Taralli all'anice di San Biagio per Taste Abruzzo

Mia madre è una donna dalla ‘simpatia singolare’: divertente senza sospetto alcuno di esserlo, è capace di ridere alle sue battute senza ritegno, solo dopo averne colto il senso e sempre con un certo ritardo. Così spesso si ritrova a ridere da sola, compiaciuta e sorpresa del suo estro verso la naturale propensione ad una comicità tutta sua.

Allo stesso modo però sa prendersi molto sul serio. Soprattutto, ogni volta che un ‘affare di Chiesa’ la coinvolge direttamente: e allora in questi casi guai a non riconoscerle la serietà dovuta ad una sacerdotessa nel pieno ufficio sacro di una ritualità o di una benedizione.

Io, l’ho sempre trovata adorabile in entrambe le situazioni, ma devo dire che il suo personaggio sa essere godibile soprattutto nella versione più propriamente ‘religiosa’ e soprattutto, nel particolare rapporto che intreccia con i Santi.

Ho sempre sopettato che li amasse tutti, indistintamente, ma certo per S. Biagio ha sempre avuto un occhio di riguardo. D’altronde anch’io il 3 febbraio mi accorgevo della ricorrenza del Santo, perché tornata a casa mia madre sospendeva l’attività dietro i fornelli e, rivestita di tutta l’ufficialità del caso, mi ungeva la gola con un segno della croce e suggellava il tutto, offrendomi un pane benedetto a forma di anello.

‘Buono’ S. Biagio!Piaceva anche a me il Santo che sapeva di poco sale e tanto anice fresco sotto i denti. Io mangiavo il pane e in cambio il Santo proteggeva la mia gola dai malanni del freddo più rigido: un ‘concetto appetibile’ per lo spirito ma certo anche per il corpo, anzi per la ‘gola’.

Si capisce bene allora perché in occasione della ricorrenza del Santo, per Taste Abruzzo di questo mese, io abbia voluto fortemente sperimentare la ricetta tradizionale abruzzese dei taralli nella versione salata: per devozione alle ‘cure’ del Santo insieme a quelle, inesauribili, di mia madre per me. Per la storia e la ricetta seguitemi.

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Focaccia di lenticchie e semi di lino

Focaccia di lenticchie e semi di lino

Comprare farine è un piacevole appuntamento: una specie di svago ricreativo che arriva ogni mercoledì.  Mercoledì, infatti, è un giorno ‘di leggerezza’ spensierata a lavoro e, soprattutto, dopo l’uscita da lavoro: quando cioè arriva l’occasione per fare il rifornimento delle mie farine preferite. Interrompo allora il tragitto verso casa, a Piramide: qui, ancora sottoterra a passo veloce sui tappeti scorrevoli della metro mi ritrovo in un battito di ciglia in superficie. Nuove porte scorrevoli si aprono e io sono arrivata esattamente nel luogo  in cui le farine mi aspettano al primo piano, tutte sugli scaffali a sinistra.

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Pane al siero di latte e primavera

Pane al siero di latte e primavera

Si parlava di primavera e mi scappò di dire: “perché non l’aspettiamo in campagna?” Detto, fatto. E mi sono ritrovata accontentata ogni fine settimana. Ma in realtà più che una richiesta esaudita, si tratta di una pratica ‘ben meditata’ e molto attesa che, in genere di questi tempi, ci trasforma in ‘gamberi di campagna’. Nell’immediato. Succede, infatti, sempre in un baleno. Cioè senza troppi preavvisi.

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