Fiadoni abruzzesi ‘andata e ritorno’

Fiadoni abruzzesi

C’era un gradino a Casoli, proprio al centro del Corso principale.

A sinistra, la Chiesa di Santa Reparata e a destra, il bar di Peppe Ciccione.

Il ‘sacro’ da una parte, il ‘profano’ dall’altra e io avrei potuto scegliere da che parte andare, se non fosse che nel bel mezzo, proprio al centro del corso principale, c’era un gradino su cui sedersi. E lì sono rimasta tutta l’adolescenza.

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Beata ignoranza…

Beata ignoranza...

Mia nonna Ida, quando mi vedeva con un libro in mano, mi chiamava “ignorante” scandendo per bene ogni sillaba:

“I-GNO-RAN-TE!”.  Poi scoppiava a ridere e invitava me e il mio libro a fare una pausa, magari in cucina, e a sederci nell’angoletto da cui seguire i suoi movimenti.

E i suoi movimenti stessi erano le sue ricette, che esigevano sempre la stessa gestualità collaudata, quasi un rito scaramantico per la riuscita di un piatto che doveva essere una certezza, come tradizione vuole: “Dovesse cascare il mondo!”.

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‘Pallotte cacio e ovo’ coi baffi… di Filippo

'Pallotte cacio e ovo' coi baffi... di Filippo

Una piazza per me è una bella piazza se oltre al passaggio offre una sosta. E se oltre alla sosta offre una seduta.

Se poi la seduta non è un muretto né lo scalino di un portone d’ingresso e neanche il bordo di una fontana, allora potrebbe trattarsi di una sedia comoda, dietro un piccolo tavolo sotto un tralcio di vite. Questa ad esempio è una piazza che esiste nel mio Abruzzo fantastico ed è quella in cui io, quando sosto, sicuramente mangio.

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“Faccio l’amore per disperazione”

"Faccio l'amore per disperazione"

Ho assaggiato la prima volta le neole al mosto nella città di Ortona che è esattamente l’unico paese, in tutto l’Abruzzo, in cui ci si può aspettare di incontrare questi dolcetti tipici nei bar del corso.

E io, proprio in un giorno imprecisato di pendolarismo tra Pescara e Lanciano mi sono fermata a Ortona e sono entrata in un bar.

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Granita alla Ratafià per Taste Abruzzo

Granita alla Ratafià per Taste Abruzzo

Ho scoperto tardi che il mare in Abruzzo ‘non è lontano’.

Mio padre per una sua singolare tendenza a motivare i suoi ‘no’ con spiegazioni improbabili, mi ha più volte ripetuto nell’estate del ‘87 che il mare ‘era troppo lontano’ da raggiungere e che tanto valeva, invece riuscire a godersi la campagna, fuori dal paese e fuori mano almeno per i miei dodici anni di età.

Meno male c’era il ‘mare di Pescara’, che non è solo la città dei miei natali ma anche del mio più appassionato sentimento, dove nonni e zii erano un balsamo terapeutico per la mia astinenza da mare. Perché a me il mare mancava un sacco, anche d’inverno e mi mancavano i paesaggi da riviera e le ‘persone di mare’ che sanno di salsedine anche a novembre. E poi c’è da dire che a dispetto delle apparenze di bambina rustica ‘di paese’ e ‘di campagna’, io mi sono sempre sentita un personaggio ‘di mare’ e ‘da mare’. E al diavolo che non sapessi ancora nuotare, come tutti i bambini cresciuti al mare da maggio a settembre.

E anzi che quando ho deciso di imparare a farlo è stato per il piacere di abbracciarlo il mio mare, per restare amorevolmente in sospensione io e lui semplicemente galleggiando.

Insomma, questo mare non era poi così lontano e soprattutto non si trovava solo a Pescara.

Oggi lo racconto ai romani, com’è il mare in Abruzzo, quando capisco che per loro la mia terra è fatta solo di montagne e passeggiate nei boschi. E se un po’ troppo di parte, quando lo descrivo, lo dico sempre che il mare c’è ed è bellissimo, basta solo capire come fare a trovarlo.

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I “Bummaletti” di Nonno Osvaldo

I "Bummaletti" di Nonno Osvaldo

Mio nonno Osvaldo aveva tutto un suo modo di dire le cose così che anche le cose, di cui parlava, diventavano ‘sue’. Era ‘sua’ ad esempio la storia del dente di squalo che conservava nell’ultimo cassetto della sua scrivania, ma soprattutto ‘suo’ era il dente! ‘Suo’ era il modo di augurarmi ‘buona fortuna’ prima di un esame all’università, quando urlava dall’altro capo del telefono: “A recchie ritte!”

E se per qualche motivo si dimenticava di ricordarmi di ‘stare in guardia’ con le ‘orecchie dritte’, c’era allora la ‘sua’ frase di riserva: “Sctuccagli il fiato!” Come a dire, che l’ultima parola dovesse assolutamente essere la mia.

Burbero era burbero, soprattutto con quella ‘santa donna’ della nonna Ida che in cucina provava ad accontentarlo in tutti i modi possibili e nonostante ci riuscisse sempre, lui si ostinava a credere che il merito fosse suo. E infatti, raccontava a tutti che proprio lui le avesse insegnato a cucinare, ma questa era ovviamente una menzogna. Una ‘sua’ menzogna che si concedeva per il piacere di raccontare una storia tutta ‘sua’: che anche per mentire bisogna avere qualcosa da raccontare!

Forse il suo modo di gustare certi piatti, forse il suo modo di raccontarli: per me tutto ciò di cui parlava era credibile, nello stesso modo in cui tutto ciò che arrivava dalla sua forchetta era gustoso.

Il pesce poi, era un capitolo a parte delle sue storie semiserie: c’era il pesce comprato al mercato che diceva di aver pescato; c’era il pesce di lago che diceva di aver trovato al mare, e poi c’erano i frutti di mare, ma quelli avevano un’altra storia ancora.

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Soffione dolce per Taste Abruzzo

Soffione dolce per Taste Abruzzo

Ceci n’est pas un… un… ‘ciambellone’…

L’origine di questo francese un po’ rimediato e d’occasione non proviene dal negozio di Zachino né tanto meno dalla sua, ormai nota, attitudine maccheronica per le lingue. No, questa frase è tutta mia.

Del resto che colpa ho io se la parola ‘ciambellone’ è così ‘nostrana’, da scombinarmi l’aplomb francese con cui mi accingevo ad un ragionamento? Ed eccolo, proverò a illustrarlo meglio ‘facendo due passi indietro’.

Esiste un dolce, e per ovvie ragioni in questo caso in Abruzzo, che pur uscendo direttamente da uno stampo a forma di ‘ciambella’, ha la presunzione di non voler essere associato ad un ‘ciambellone’ qualunque. Così a dispetto delle apparenze ingannevoli, a partire dal nome cominciano le differenze. E si, che le differenze sono molte altre e profonde se si pensa che il rivestimento della ciambella presunta, è una frolla miracolosamente tenera anche senza la presenza del burro e che il ripieno ha la consistenza umida e soffice di un soufflé che lievita benissimo anche senza lievito. E allora veniamo al nome: se ci si trova in ‘compagnia’ di un dolce che ha siffatte caratteristiche, è bene sapere che si sta parlando di un ‘soffione’ e che mai e poi mai si dovrà chiamarlo: ‘ciambellone’… almeno alla presenza di un abruzzese!

E se tutto questo ragionare ‘semiserio’ non è sufficientemente convincente a raccontare il sapore buono e dolce della mia Pasqua, seguitemi su Taste Abruzzo.

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‘Pizzelle’ per Taste Abruzzo

'Pizzelle' per Taste Abruzzo

Le ferratelle abruzzesi hanno un modo singolare di distinguersi per consistenze e aromi che io, ho sempre attribuito alla particolare geografia del mio Abruzzo fantastico. E allora con questa convinzione, non mi sono mai stupita di trovare le neole friabili e croccanti a Pescara e le pizzelle’ morbide nell’entroterra chietino. E proprio a Casoli, il paese in cui ho più atteso di ‘diventare grande’ mi sono ritrovata a mangiare pizzelle profumate al limone qualunque fosse l’occasione adatta ad incontrarle: compleanni, matrimoni, riunioni in famiglia ma anche semplici merende. Io le ho sempre preferite alle neole per la consistenza morbida, adatta ad accogliere creme e frutta sciroppata. Così quando ho pensato di dedicarmi alle ferratelle per Taste Abruzzo, di cosa stupirsi se dal ferro sono uscite fuori le ‘pizzelle’?

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Taralli all’anice di San Biagio per Taste Abruzzo

Taralli all'anice di San Biagio per Taste Abruzzo

Mia madre è una donna dalla ‘simpatia singolare’: divertente senza sospetto alcuno di esserlo, è capace di ridere alle sue battute senza ritegno, solo dopo averne colto il senso e sempre con un certo ritardo. Così spesso si ritrova a ridere da sola, compiaciuta e sorpresa del suo estro verso la naturale propensione ad una comicità tutta sua.

Allo stesso modo però sa prendersi molto sul serio. Soprattutto, ogni volta che un ‘affare di Chiesa’ la coinvolge direttamente: e allora in questi casi guai a non riconoscerle la serietà dovuta ad una sacerdotessa nel pieno ufficio sacro di una ritualità o di una benedizione.

Io, l’ho sempre trovata adorabile in entrambe le situazioni, ma devo dire che il suo personaggio sa essere godibile soprattutto nella versione più propriamente ‘religiosa’ e soprattutto, nel particolare rapporto che intreccia con i Santi.

Ho sempre sopettato che li amasse tutti, indistintamente, ma certo per S. Biagio ha sempre avuto un occhio di riguardo. D’altronde anch’io il 3 febbraio mi accorgevo della ricorrenza del Santo, perché tornata a casa mia madre sospendeva l’attività dietro i fornelli e, rivestita di tutta l’ufficialità del caso, mi ungeva la gola con un segno della croce e suggellava il tutto, offrendomi un pane benedetto a forma di anello.

‘Buono’ S. Biagio!Piaceva anche a me il Santo che sapeva di poco sale e tanto anice fresco sotto i denti. Io mangiavo il pane e in cambio il Santo proteggeva la mia gola dai malanni del freddo più rigido: un ‘concetto appetibile’ per lo spirito ma certo anche per il corpo, anzi per la ‘gola’.

Si capisce bene allora perché in occasione della ricorrenza del Santo, per Taste Abruzzo di questo mese, io abbia voluto fortemente sperimentare la ricetta tradizionale abruzzese dei taralli nella versione salata: per devozione alle ‘cure’ del Santo insieme a quelle, inesauribili, di mia madre per me. Per la storia e la ricetta seguitemi.

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La ‘panonta’ per Taste Abruzzo

'Panonta' per Taste Abruzzo

Ogni volta che si cede all’irrefrenabile tentazione di ‘scarpettare’ direttamente da una padella unta, il prezioso condimento muniti di una semplice fetta di pane, ciò che si sta mangiando è una ‘panonta’. Ed è bene saperlo!

Allora la ‘panonta’ è piuttosto una ‘licenza’ poetica, l’atto ultimo di gradimento a fine pasto, ma anche semplicemente una buona abitudine domestica, se si vuole essere sicuri di godere i piaceri della tavola fino in fondo… ad una pentola, ad esempio.

E se la ‘panonta’ allora è un ‘comportamento audace’ più che una ricetta, è interessante scoprire che tra i luoghi di diffusione di tanta ‘sfrontatezza’ gastronomica, c’è anche il mio Abruzzo ‘fantastico’ di cui ormai mi piace così tanto parlare su Taste Abruzzo.

Per fare in modo che la mia ‘panonta’ fosse tutta abruzzese, mi sono rivolta a ingredienti tipici della mia terra come al esempio la farina di Solina (che veramente sa di montagna!) e l’aglio di Sulmona. E se interessa sapere com’è stato possibile domare quest’ultimo, venitemi a trovare su Taste Abruzzo.

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“Viaggio sentimentale intorno alla mia cucina”

Sfogliatelle abruzzesi

Tante sono le persone con cui ho chiacchierato un tempo interminabile sotto il mio albero di Natale: ne sono venute fuori storie e ‘punti di vista’ inesplorati da cui rivedere anche questioni che sembravano assodate.

Ecco, ad esempio riflettere con mia nonna sul ‘bello degli uomini con i baffi’ dall’angolazione dei suoi cento anni di età, è stato sicuramente appassionante, oltre che del tutto inaspettato!E poi ci sono stati i singhiozzi di Marta che dal suo primo anno scarso di età già s’inerpica in monosillabi polisemantici per comunicare chissà quali stati d’animo che io, ‘zia’ poco presente nella sua vita, fatico a interpretare.

Ma in effetti tra tante cose e persone di cui ho sentito parlare, se dovessi dare voce a qualcuno so già come finirebbe: in tutta sincerità, con un atto di prepotenza, negherei la parola a tutti e parlerei io, come sempre. E parlerei di quelle cose futili che piacciono tanto a me: così banali da meritare un titolo, magari altisonante o semplicemente stravagante per farne memoria e recupero tutte le volte che desidero tornare indietro ai miei momenti importanti.

E allora pensavo che le mie vacanze inaspettatamente domestiche, come mi auguravo di trascorrerle e che temevo di non poter godere se non in tarda età, sono state così belle da meritare qualche parola scritta e anche un titolo. Un titolo come “Viaggio sentimentale intorno alla mia cucina”, ad esempio.

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“Ars Eros e Cibus” e Taste Abruzzo a Sulmona

"Ars Eros e Cibus" e Taste Abruzzo a Sulmona

“Taste Abruzzo” ph Maresa Dell’Olio

Ultimamente io non sono più solo ‘io’, ma vivo anche nel ‘noi’ di Taste Abruzzo. E infatti Taste Abruzzo, siamo ‘noi’: nove blogger accomunate  da tanto Abruzzo da assaggiare e da raccontare, a chi della nostra terra ha visto poco e poco ha sentito parlare.

E se finora per il nostro progetto di condivisione e convivenza, l’etere è stato un facile approdo per lo scambio e la frequentazione reciproca, l’opportunità per un incontro ravvicinato, abbracci stretti e chiacchiere alla presenza l’una dell’altra ce l’ha offerta la città di Sulmona in occasione dell’evento “Ars Eros Cibus”.

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Parrozzetti per Taste Abruzzo

Parrozzetti per Taste Abruzzo

A Natale i parrozzetti sono sotto l’albero. Ma è ovvio che si può vivere di questa certezza se l’albero in questione è abruzzese, possibilmente della costa, possibilmente di Pescara. E infatti io li trovavo a Pescara, sotto l’albero del nonno Osvaldo che me ne offriva uno appena arrivavo nella sua casa.

E si che la vita festiva del parrozzetto non era la stessa del parrozzo: la versatilità del parrozzetto infatti è sempre stata nella gradevole versione mignon, più facile da offrire all’ospite imprevisto, più accattivante per la merenda dei più piccoli. E allora io, per questo fine settimana di festa e di Natale alle porte, ho pensato di offrire parrozzetti a tutti quelli che non hanno a portata di mano un ‘albero abruzzese’ sotto cui trovarli.

Lascio perciò la storia e la ricetta, sotto il ricco ‘albero’ di Natale di Taste Abruzzo per chiunque abbia voglia di trovarvi in regalo un parrozzetto da parte mia.

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