“Io – dicono – quando parlo, romanzo…”

"Io - dicono - quando parlo, romanzo…"

“Io, dicono, quando parlo, romanzo …” ma non sono io a romanzare la storia che ad ogni viaggio, e in ogni estate, si racconta da sola. E si carica di sentimento e di epos. E, a dirla tutta, anche un po’ di pathos: ad ogni guasto del nostro caro e vecchio motoroom, che in genere ci abbandona senza preavviso e, preferibilmente, in terra straniera come da sempre dal giorno in cui lo acquistammo.
Al tempo della nostra infatuazione per certi mezzi di trasporto, si trattò di una di quelle scelte più o meno obbligate: quando è preferibile essere ‘economici’ e ‘boemiens’ più per necessità che per ‘modestia’.
E così  questa storia che comincia con la rottura di un cambio che non ingrana più le marce, al momento dovuto, pur somigliando a tutte quelle storie che cominciano male, per me non smette mai di essere la più bella storia d’estate che vale sempre la pena di essere raccontata, soprattutto quando parla di Grecia.
E allora eccoci sbarcati a Patrasso, alla volta del nostro amatissimo Peloponneso con la sensazione di aver attraversato il mare a bordo di una nave fantasma. Il terrorismo mediatico sulla situazione economica della Grecia, è riuscito nell’intento di lasciare per questa estate la ‘Grecia ai greci’ meno che per noi, inguaribili dal mal d’amore nei confronti del nostro popolo preferito.
Siamo gli unici italiani a bordo. Sul ponte un turco o forse due. Pochi i tedeschi e quasi quasi ‘cautamente’ mimetizzati da francesi, come parchi del distintivo verbo d’Alemagna. Quanto al resto della popolazione navigante, tutta greca. Equipaggio compreso. Inutile dire quanto mi piaccia l’idea di una maggioranza greca, almeno in mare aperto e a dispetto dello stato di minorità che per mesi la società ‘civile’ di un’Europa inutilmente unita ha sventolato alle nazioni.
A bordo prendiamo a sentirci già in Grecia e a nostro modo anche un po’ greci: mangiamo koriatica, beviamo retzina e parliamo già un po’ di greco all’occorrenza. Poi studiamo prossimi itinerari e decidiamo una destinazione, ad esempio la Messenia.
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Granita alla Ratafià per Taste Abruzzo

Granita alla Ratafià per Taste Abruzzo

Ho scoperto tardi che il mare in Abruzzo ‘non è lontano’.

Mio padre per una sua singolare tendenza a motivare i suoi ‘no’ con spiegazioni improbabili, mi ha più volte ripetuto nell’estate del ‘87 che il mare ‘era troppo lontano’ da raggiungere e che tanto valeva, invece riuscire a godersi la campagna, fuori dal paese e fuori mano almeno per i miei dodici anni di età.

Meno male c’era il ‘mare di Pescara’, che non è solo la città dei miei natali ma anche del mio più appassionato sentimento, dove nonni e zii erano un balsamo terapeutico per la mia astinenza da mare. Perché a me il mare mancava un sacco, anche d’inverno e mi mancavano i paesaggi da riviera e le ‘persone di mare’ che sanno di salsedine anche a novembre. E poi c’è da dire che a dispetto delle apparenze di bambina rustica ‘di paese’ e ‘di campagna’, io mi sono sempre sentita un personaggio ‘di mare’ e ‘da mare’. E al diavolo che non sapessi ancora nuotare, come tutti i bambini cresciuti al mare da maggio a settembre.

E anzi che quando ho deciso di imparare a farlo è stato per il piacere di abbracciarlo il mio mare, per restare amorevolmente in sospensione io e lui semplicemente galleggiando.

Insomma, questo mare non era poi così lontano e soprattutto non si trovava solo a Pescara.

Oggi lo racconto ai romani, com’è il mare in Abruzzo, quando capisco che per loro la mia terra è fatta solo di montagne e passeggiate nei boschi. E se un po’ troppo di parte, quando lo descrivo, lo dico sempre che il mare c’è ed è bellissimo, basta solo capire come fare a trovarlo.

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Ghiaccioli variegati yogurt e ciliegie (quelle di Rolando!)

Ghiaccioli variegati yogurt e ciliegie (quelle di Rolando!)

L’ultima volta che io e il mio cavalier-coltivator cortese ci siamo visti, era sotto l’ombra delle poetiche fronde di un esercito di ciliegi schierati a bella posta per noi, perché io li immortalassi a postuma memoria e con tanto di post-scrittum per i ‘posteri’, dedicatari questo post, a cui si è voluto lasciare un monito, più che l’ardua sentenza.

Post scrittum: “Quando scriverai di queste ciliegie, tutti dovranno sapere che quelle di Rolando si mangiano direttamente dall’albero” (Rolando docet!)

E adesso tutti lo sanno!O almeno quelli che passeranno di qua e avranno voglia di leggere un nuovo episodio delle mie avventure ‘cortesi’ fuori tempo e ‘fuori porta’.

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Torta di ricotta con i gelsi e “cronache di quartiere”

Torta di ricotta con i gelsi e "cronache di quartiere"

C’era da aspettarselo che avrei perseverato sull’argomento dei gelsi. O almeno io lo sapevo: che ne avrei parlato ancora, che avrei cercato una scusa o un pretesto qualunque, magari una nuova occasione, ad esempio una ricetta, per ripetermi ancora. Ed è successo.

E’ la vita di campagna che mi rende così: un po’ ricorsiva, forse anche un po’ petulante, amante dei soliti argomenti, soprattutto se ‘di stagione’. Così succede che votata a raccogliere gelsi come fosse una crociata contro il tempo infedele, mi sono ritrovata a perdere colpi nella vita di città che è andata avanti, alimentandosi anche senza di me.

Vero è che le novità urbane, così si moltiplicano e si amplificano nella mente di chi torna, senza preavviso, alla ‘solita’ quotidianità e l’effetto, in certi casi, può che essere addirittura dirompente.

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Frappé di gelsi… e piacevoli metamorfosi

Frappé di gelsi... e piacevoli metamorfosi

E’ in questi giorni che io e l’albero di gelsi torniamo ad abbracciarci, a stringerci forte e ci ritroviamo a passare insieme il nostro tempo più verde. In realtà il nostro colore preferito è l’amaranto… dei suoi frutti che io amo raccogliere ora dopo ora, mano a mano che il sole li carica di toni sempre più scuri.

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Spaghetti ‘di Piero al macco di fave di Rolando’

Spaghetti 'di Piero al macco di fave di Rolando'

Capita ultimamente che i miei ingredienti abbiano dei nomi ‘propri’ di persona, con i quali io mi sento in conversazione sempre. Di Piero ad esempio ho imparato a riconoscere l’odore particolare della farina e il colore bruno della pasta. Normale forse, quando si lavora bene, metterci la faccia, ma certo anche il nome di battesimo una sua importanza ce l’ha.

Quanto al resto se si ha a disposizione un nome senza volto, l’immaginazione in questi casi può essere utile: perchè se uno si muove tra macine ed essiccatoi per la pasta, magari una sembianza un po’ brunita dal sole e dal lavoro ce l’avrà anche lui. Io penso.

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Relativismo vegetariano: “ragù” di nocciole

Relativismo vegetariano: "ragù" di nocciole

Mi è sempre piaciuto pensare di essere un’intransigente: nei pensieri come nelle parole. E’ un fatto di ‘certezze’ che molto probabilmente pensa di avere chi sa cosa pensare, chi cosa dire. Ahimè sempre!

Allora no, ho capito che questo non è esattamente il mio caso. Forse non sono poi così intransigente. Anzi: forse forse sono addirittura tollerante! Basta disporsi ad un sano ‘relativismo’ e tutto diventa possibile: tutto si può riconsiderare, tutto si può rinominare.

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Pappardelle semi integrali con crespigna

Pappardelle semi integrali con crespigna

Io, Lei, l’Altra, siamo ormai in sintonia sul da farsi e sul dove ritrovarci: possibilmente a primavera, possibilmente in campagna.

Perché in campagna mentre agli uomini piace perder tempo dietro a motori e motorini che tanto non partono mai, a noi donne invece, il tempo piace ‘impastarlo’ sulla spianatoia dove le nostre mani si incontrano e chiacchierano, ormai ‘ritualmente’, come un anno fa.

Questa volta però io lei e l’altra, invece di concertare insieme, a sei mani, abbiamo studiato una divisione delle parti perché ognuna diventasse un personaggio in cerca del suo ruolo preferito.

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I “Bummaletti” di Nonno Osvaldo

I "Bummaletti" di Nonno Osvaldo

Mio nonno Osvaldo aveva tutto un suo modo di dire le cose così che anche le cose, di cui parlava, diventavano ‘sue’. Era ‘sua’ ad esempio la storia del dente di squalo che conservava nell’ultimo cassetto della sua scrivania, ma soprattutto ‘suo’ era il dente! ‘Suo’ era il modo di augurarmi ‘buona fortuna’ prima di un esame all’università, quando urlava dall’altro capo del telefono: “A recchie ritte!”

E se per qualche motivo si dimenticava di ricordarmi di ‘stare in guardia’ con le ‘orecchie dritte’, c’era allora la ‘sua’ frase di riserva: “Sctuccagli il fiato!” Come a dire, che l’ultima parola dovesse assolutamente essere la mia.

Burbero era burbero, soprattutto con quella ‘santa donna’ della nonna Ida che in cucina provava ad accontentarlo in tutti i modi possibili e nonostante ci riuscisse sempre, lui si ostinava a credere che il merito fosse suo. E infatti, raccontava a tutti che proprio lui le avesse insegnato a cucinare, ma questa era ovviamente una menzogna. Una ‘sua’ menzogna che si concedeva per il piacere di raccontare una storia tutta ‘sua’: che anche per mentire bisogna avere qualcosa da raccontare!

Forse il suo modo di gustare certi piatti, forse il suo modo di raccontarli: per me tutto ciò di cui parlava era credibile, nello stesso modo in cui tutto ciò che arrivava dalla sua forchetta era gustoso.

Il pesce poi, era un capitolo a parte delle sue storie semiserie: c’era il pesce comprato al mercato che diceva di aver pescato; c’era il pesce di lago che diceva di aver trovato al mare, e poi c’erano i frutti di mare, ma quelli avevano un’altra storia ancora.

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Crackers ‘del meschino’…

Crackers 'del meschino'...

Mi sono accorta che i crackers erano quelli ‘del meschino’ quando ho cominciato a caricare nel mio impasto, farine a occhio, perdendo il controllo sulla ‘consistenza della situazione’. Che se la situazione non ha la consistenza ideale, è difficile immaginarsi a sfornare crackers come pensavo di poter fare io… quasi quasi a occhi chiusi!

E’ pur vero  però, che se la bilancia disattende il bilanciamento atteso, ecco allora che ogni automatismo in cucina, come nella vita, diventa approssimativo e, in una parola, ‘meschino’. Perché meschino è il caso, quando allunga la strada per raggiungere la meta e quando questo succede vuol dire che si è rimasti impigliati nel ‘giro del meschino’.

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